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Per esempio #n 3

Nei laboratori di Cartoni animati In Corsia la fase di sonorizzazione ha un ruolo molto importante nell’avvicinare i giovani pazienti alle emozioni che la musica e i suoni aggiungono ai film da loro realizzati.

Per esempio… come si trasforma una poesia in canzone? “Dove non ci riesci tu, io lo farò per te!”

Elisa ha due bellissimi occhi celesti e un caschetto castano, sorride e sorride. Sembra non aver mai fatto altro nella vita che dedicarsi all’animazione: inventa la storia, disegna con mano sicura lo storyboard, ritaglia con precisione i personaggi – un cagnolino e una lumaca – ha già in mente come effettuare le riprese. Soprattutto ha idee molto chiare sull’amicizia: i veri amici si aiutano reciprocamente. Così fanno i suoi protagonisti: il cane dà un passaggio alla lumaca sul tragitto lungo la scuola, per non farla arrivare in ritardo; in classe, lei lo aiuta a studiare le tabelline. “È un’amicizia grande…” spiega contenta la bambina. E se per ribadirlo serve un testo poetico, niente paura, Elisa ha pensato anche a quello:

Non importa dove e quando
Non importa il perché
Dove non ci riesci tu
Io lo farò per te.
Se sorridi son felice
Se sei triste sono giù
Siamo stretti noi amici
Ed i problemi non esiston più.

Una lezione semplice semplice di empatia e solidarietà da cui ci sarebbe molto da imparare. Poi a qualcuno viene un’idea: facciamola diventare una canzone… Già, ma come si fa? Ci vorrebbe… ci vorrebbe la musica!

E la musica arriva. Eva, maestra di chitarra e violoncello e operatrice CIC per la sonorizzazione compone una melodia sulle parole di “Se sorridi”. Elisa l’ascolta rapita, con gli occhi luccicanti di sorpresa… Prima erano solo parole, ora è una canzone, perché una grande amica ha creato una musica apposta per il suo lavoro, che accompagnerà i personaggi animati, aggiungendo al film un’emozione ancora più grande. Decide che la canterà lei stessa; nell’ascoltare in cuffia la propria voce registrata scoppia in una risata che è quasi un pianto: “scusate – dice imbarazzata – non sono riuscita a trattenermi…”.

Nota di chi scrive: la giovane voce di Elisa che canta “Se sorridi” emoziona profondamente anche chi guarda il film e il relativo backstage, provare per credere… https://vimeo.com/242480179 https://vimeo.com/242481022

Ve ne avevamo già parlato QUI e QUI


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Le ali della libertà

È sempre con grande piacere che pubblichiamo le impressioni dei giovani piazienti animatori sui laboratori CIC in Touch. Oggi è la volta di Camilla, che ci racconta come è andata per lei l’esperienza. A lei la parola… e un grande abbraccio!

«Il corso “CIC in Touch” è stato molto avvincente soprattutto quando abbiamo fatto il biglietto d’auguri per il nuovo anno.

Abbiamo espresso che cos’era per noi il 2021, abbiamo pensato alla libertà che hanno le farfalle. Poi abbiamo realizzato una “cacca” che cadeva sul 2020. Per il 2021 c’erano tanti disegni di farfalle, tutti animati, ognuno ha fatto il suo.

Il mio era un bruco che faceva il bozzolo e poi diventava una farfalla libera.

Irene è stata molto brava a spiegare e a montare i nostri piccoli capolavori, anche se ogni tanto un po’ lunga nelle spiegazioni, ma visto i lavori molto complicati è comprensibile.»

Camilla

Guarda il video qui

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Per esempio #2

Cartoni animati In Corsia trasforma spazi e tempi della cura in luoghi e occasioni di scoperta, crescita e relazione; creare i propri personaggi e farli interagire con quelli dei compagni nell’animazione permette ai ragazzi di scoprire parti nuove e sorprendenti di se stessi.

Per esempio… quando al pesce spuntarono le gambe e la ragazza diventò sirena

Immaginate due bambine sugli undici anni, in una stanza d’ospedale. Immaginatele diverse fra loro, ma proprio diverse che più non si potrebbe: una ride l’altra è seria seria; una chiacchiera l’altra parla poco l’italiano; una si fida l’altra è guardinga; una pensa a una storia che ha per protagonista una ragazza in minigonna; l’altra no, lei è determinata a fare un pesce.

Accanto a loro, le operatrici di CIC che dovranno guidarle nell’ardua impresa di far incontrare due personaggi – il pesce e la ragazza – in una storia ancora tutta da inventare. Che mai potranno dirsi? I pesci, si sa, son muti. Che mai potranno fare? La ragazza ha un bellissimo paio di scarpe col tacco ma non ha le branchie per respirare sott’acqua. Sembra la classica storia impossibile, tra due esseri destinati a non incontrarsi mai.

Ma le due giovani pazienti animatrici non sono in vena di rinunce e si mettono all’opera con determinazione. Gesto dopo gesto, taglio dopo taglio, la breve storia prende forma nella casetta dei cartoni; ed ecco che, in un luminoso vortice marino che li travolge entrambi, avviene la trasformazione dei due personaggi: il pesce ora ha due lunghe gambe snelle con cui può camminare; la fanciulla ha dovuto rinunciare alle scarpe ma in cambio ora ha una scintillante coda da sirena.

Quando Silvia, una delle operatrici presenti, ha rievocato questo episodio, ci è subito parso una potentissima metafora “in vivo” di come il processo creativo condiviso – in particolare l’invenzione di una storia animata a più mani – ci permetta di metterci in gioco “abbandonando”, per così dire, una parte di noi per vederla inaspettatamente trasformarsi sotto i nostri occhi. Perché creare è proprio questo, fare qualcosa che prima non c’era.

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Il racconto di Marvisa

Grazie alla collaborazione con Stefania Vitale, insegnante della Scuola in Ospedale, possiamo proporvi un testo che per noi è molto importante. Lo ha scritto Marvisa, una delle giovani autrici di Rime della luce. Vi segnaliamo un aspetto in particolare, tra i tanti che meriterebbero una riflessione, quello che fa riferimento al passaggio dalla sensazione di “impossibilità” a quella di “pfattibilità”. La pratica dell’animazione, per sua stessa natura, permette di affrontare grande sfide… ma un passo alla volta. Dare vita a un immagine che nasce nella nostra fantasia non è affare semplice. Spesso, all’inizio, può sembrare una sfida impossibile. Ma disegno dopo disegno, nello spazio del foglio (o dell’inquadratura), il movimento si crea con naturalezza. Energia e pazienza e fiducia si mettono in moto l’una con l’altra e ciò che sembrava impossibile… lo vediamo vivo, proprio lì, nello spazio del tablet, davanti ai nostri occhi, a quelli dei nostri colleghi e alla fine anche del pubblico. E lo abbiamo creato noi.

“Allora, inizierei con il dire che il corso “CIC in TOUCH” è un’esperienza che dovrebbero provare tutti nella vita. Secondo me, infatti, l’animazione digitale può diventare un hobby o anche un vero e proprio lavoro.

Tralasciando questo, a me personalmente è piaciuta molto perché ho imparato tante cose nuove.

La prima volta abbiamo iniziato il tutto con una macchia che man mano ognuno ha animato per conto suo, utilizzando un’applicazione sul proprio tablet.

All’inizio mi sembrava una cosa impossibile però, strada facendo, ho capito che era una cosa fattibile.

Ma il progetto che mi è piaciuto di più è stato l’ultimo che abbiamo fatto. Consisteva nell’animare una poesia che ci è stata data da Irene: Rime della luce di Pierluigi Cappello.

È stato un lavoro di gruppo, ognuno di noi ha animato un verso.

Io e Irene abbiamo provveduto all’ultimo facendo un buco nero da cui escono tanti uccellini colorati. Non era un verso facile: [La luce] se parte ora poi torna ieri.

Abbiamo immaginato che la luce fossero due uccellini visto che facevano un giro e poi tornavano indietro. Vedere l’effetto finale, oltre che bello, è stato molto soddisfacente.”

Marvi

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Là dove il buio si scuce

«Ecco che nasce la luce / là dove il buio si scuce…»: non trovate che sia un’immagine davvero potente per descrivere il sorgere del giorno? Il buio che si lascia andare come un paio di jeans sdruciti, e la luce che ne approfitta per fare capolino e prendersi il suo spazio…

Inizia con questa efficace metafora “Rime della luce”, scritta dal poeta friulano Pierluigi Cappello e dedicata alla giovanissima nipote, insieme ad altri componimenti raccolti in “Ogni goccia balla il tango. Rime per Chiara e altri pulcini” (Rizzoli 2014).

Ebbene, siamo molto orgogliosi di annunciarvi che le “Rime della luce” sono oggi anche un film animato visibile QUI. Gli autori sono i giovani pazienti (tutti tra i 13 e i 16 anni) del Reparto di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza – ASST Spedali Civili di Brescia, che nell’ambito di un laboratorio CiC in Touch hanno tradotto in disegni in movimento le emozioni suscitate dal testo.

Emozioni dense, legate alla forza simbolica della contrapposizione tra buio e luce, ma al tempo stesso, come avrete modo di constatare guardando l’animazione, trasferite in immagini di ammirevole fluidità e delicatezza. Come testimonia Irene Tedeschi, l’operatrice Avisco che ha ideato e condotto il laboratorio, “sul finire del 2020 i temi della leggerezza e della luce hanno iniziato a emergere sempre più spesso: stelle, fiori, fiammelle e farfalle facevano capolino nelle sperimentazioni libere dei ragazzi. Ho sfogliato, tra gli altri, il libro di Cappello, in cerca di un testo che potesse contenere e rinforzare queste immagini e Rime della luce è stato un incontro… illuminante! L’ho proposta al gruppo, l’abbiamo letta insieme e dopo qualche secondo di silenzio, Paola ha sussurrato: «io ho visto qualcosa». Abbiamo chiuso gli occhi e ognuno ha raccontato al gruppo le immagini suscitate dalla lettura. Il film è nato così, si è acceso dentro il buio e il silenzio di ciascuno di noi”.

La tecnica con cui il film è stato realizzato è quella cosiddetta del “disegno in fase”, o animazione tradizionale: muniti di penna grafica i ragazzi hanno realizzato sui tablet tanti disegni leggermente diversi tra loro che riprodotti in sequenza creano l’effetto di movimento… niente affatto facile!

Dice Marvisa, una delle autrici: «All’inizio mi sembrava una cosa impossibile, ma strada facendo, ho capito che era una cosa fattibile. È stato un lavoro di gruppo, ognuno di noi ha animato un verso. Io ho provveduto all’ultimo. Non era un verso facile! Abbiamo immaginato un buco nero da cui escono tanti uccellini colorati che fanno un giro e tornano indietro. Gli uccellini rappresentano la luce. Vedere l’effetto finale, oltre che bello, è stato molto soddisfacente».

Sì, anche noi ne siamo molto soddisfatti – per la qualità intrinseca del risultato, e per l’entusiasmo con cui i giovani pazienti animatori hanno lavorato. Viviamo un tempo che mette tutti a dura prova, ma in particolare gli adolescenti, soprattutto i più fragili.

Così Elena Bresciani, educatrice del Reparto di Neuropsichiatria dell’infania e dell’adolescenza, commenta l’esperienza: “Oggi queste Rime, i suoni e fili creativi di cui è intessuto il tesoro dell’esperienza, danno luce, visibilità e calore a un campo costantemente provato dalla situazione pandemica. Il Reparto vive in questi mesi una vera emergenza per numero di ricoveri, accessi in Pronto Soccorso e visite ambulatoriali per patologie psichiatriche tra cui l’autolesionismo, i comportamenti suicidari e i disturbi della condotta alimentare”.

C’è davvero molto bisogno di emozioni luminose.

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Per esempio #1

Realizzare un cartone animato favorisce i processi di simbolizzazione legati al racconto di sé e del proprio mondo interiore; il lavoro di gruppo moltiplica l’energia creativa e aiuta a modificare il proprio punto di vista

Per esempio… quella volta che le lacrime si mutarono in farfalle

Un gruppo di adolescenti in ospedale alle prese con un progetto che tocca tasti intimi, delicati. Ciascuna lavora individualmente, ma accade qualcosa che solo in superficie può apparire strano: nella maggior parte dei disegni, che presto diventeranno animazioni, compare il pianto… generato – chissà – da un sentimento di improvvisa tristezza, o da un senso di liberazione, qualcosa di nascosto che finalmente trova voce.

Martina osserva la sua animazione, in cui sul viso scorre qualche lacrima. Dice che non sa come continuare, che forse il suo lavoro finisce così. Paola è seduta accanto a lei, a sua volta alle prese con una nuvola e due grossi lacrimoni. Sbircia il lavoro della compagna e suggerisce: “potresti trasformare le gocce in farfalle”.

Ed è stato proprio così che Martina  ha concluso la sua animazione, attraverso un allegro e catartico svolazzare di ali. Succede spesso, in gruppo, che il punto di vista dell’altro ci sveli qualcosa di noi stessi che forse da soli non saremmo stati in grado di vedere. Ora che sappiamo che le lacrime possono trasformarsi in qualcosa di leggero, forse piangere sarà un poco meno pesante.

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Nella penombra animiamo la luce

Ormai da più di un mese, nel Reparto di Neuropsichiatria, i giovani pazienti animatori stanno lavorando ad un progetto che, è proprio il caso di dirlo, vedrà ben presto la luce!

Nelle poche immagini di documentazione che in questi mesi siamo riusciti a scattare (a differenza di quanto succedeva in passato, l’ingresso è consentito ad un solo operatore e diventa difficile curare anche questo aspetto durante il laboratorio) vediamo spesso i partecipanti con la penna in mano e lo sguardo – e il corpo! – immerso nella luce dello schermo. In queste che pubblichiamo oggi, la penombra dell’ambiente sembra sottolineare il campo energetico che si crea tra gli occhi, le mani e lo schermo. Vediamo, inevitabilmente, solo la superficie del mondo che ci circonda, ma spesso un dettaglio ci colpisce e apre una porticina verso l’interno. L’interno del soggetto fotografato oppure il nostro? Forse si tratta, in percentuale variabile, di entrambe le cose. Per chi ha esperienza del processo creativo (e quindi per tutti gli esseri umani!) non è difficile immedesimarsi nei protagonisti di queste foto, così presi dal disegno in fase, così dentro ad altri mondi! Ma grazie alla vicinanza, alla presenza fisica dei propri colleghi, del gruppo, anche in grado di stare in equilibrio tra mondo interiore e realtà. Una bella sfida, non solo per i pazienti della Neuropsichiatria!

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Tanti esempi di una buona pratica

Cartoni animati In Corsia muoveva i primi timidi passi nel 2012.

Da allora, con trepidazione ed entusiasmo, inevitabili difficoltà e momenti di grande gioia, di passi ne ha fatti molti. Negli anni abbiamo spesso riflettuto – e continuiamo a interrogarci – sulle motivazioni fondanti e specifiche del progetto: perché è così importante che continui a esistere, qual è il suo impatto sui piccoli e giovani pazienti, sulle loro famiglie e sulla comunità; quali sono i suoi limiti e quali invece le potenzialità ancora inesplorate…

Ne abbiamo parlato e parlato tra noi operatori, ci siamo confrontati con professionisti dei processi educativi e della relazione, abbiamo conosciuto esperienze analoghe seppur differenti; attraverso questo lavorìo di analisi e tessitura l’intuizione originaria si sta trasformando pian piano in un “sapere”, che è soprattutto un “saper fare” per quanto il patrimonio di conoscenze e valori che ci portiamo dentro è radicato nella pratica dei laboratori, senza i quali CIC non avrebbe ragione di esistere. Neppure il COVID ha cancellato questa pratica.

Ci sembra giunto il momento di condividere questo “saper fare”, coinvolgendo utenti e lettori in una riflessione sempre aperta. Vogliamo proporvi una rubrica con cadenza mensile in cui i “buoni motivi” che ci spingono a sostenere e far crescere il progetto verranno di volta in volta illustrati con aneddoti ed esempi di esperienze realmente vissute durante i laboratori, nel nostro quasi decennale lavoro sul campo.

La rubrica si chiamerà appunto “Per esempio…”, e siamo convinti che possa servire a renderci tutti più forti e consapevoli e a lavorare sempre meglio.

Ci sentiamo a febbraio!

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Un nuovo anno insieme

Il 31 dicembre 2020, nel reparto di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, è nato questo biglietto d’auguri animato. Sempre, in prossimità di capodanno, ci auguriamo buon anno… ma di che materia vorremmo fosse fatto il nostro prossimo futuro? Come deve essere l’anno che ci aspetta per essere buono?

A questa domanda il gruppo ha risposto con poche parole e tanti disegni. Il 2020 lo esorcizziamo con una classica e liberatoria 💩 e ci avviamo verso un 2021 petaloso e leggero.

Leggero ma non come una foglia al vento, come una nuvola in cielo trasportata dalle correnti d’aria.

Leggero come una farfalla che dopo un periodo di lenta ed invisibile trasformazione schiude faticosamente le ali e vola libera e bella verso prati, fiori e frutti tutti da gustare.

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Cosa portiamo con noi?

Il 4 dicembre, alle ore 15, siamo rientrati in Ospedale.

Abbiamo varcato l’ingresso principale, percorso il corridoio a piano terra e aperto la nostra stanza, preziosa base d’appoggio che condividiamo con gli insegnanti delle Scuole Superiori. Il nostro armadio pieno di materiali era lì, come anche il nostro carrello e la Casetta dei cartoni. Tutto a posto, ordinato come lo abbiamo lasciato mesi fa.

Alla parete il calendario del Civile, aperto sul mese di febbraio 2020… prima che il Coronavirus cambiasse le nostre vite.

Il tempo si è fermato? No, il tempo non si è fermato e in tutti questi lunghi mesi sono successe parecchie cose. Una di queste è che abbiamo rimodulato il progettoper renderlo sostenibile in quella che ormai tutti de$niscono Epoca Covid. Il lavoro a distanza ci ha messo nella condizione di ripensare completamente la proposta CIC, di riformulare non solo l’organizzazione e la tecnica, ma anche e soprattutto lamodalità per entrare in relazione con i singoli e il gruppo di pazienti, con il personale e la stessa struttura ospedaliera.
La sperimentazione CIC in TOUCH ci ha dato molto da fare e da pensare. Passare dalla stop-motion alla traditional animation non è stato semplice, per noi che crediamo sia importante proporre attività che mettano insieme digitale e cartoncino, pixel e colla, computer e pongo. Ma sappiamo che ogni limite può essere una risorsa: anche il collegamento in videoconferenza è diventato percorribile e interessante.

Ma ora che possiamo entrare fisicamente in reparto, metterci realmente a fianco delle giovani pazienti, sentire le loro voci e vedere i loro occhi, pur con tutte le importanti limitazioni imposte dalla Direzione, possiamo permetterci il lusso di volgere lo sguardo ai mesi scorsi e quantomeno capire ciò che vogliamo portarci dietro e ciò che preferiamo lasciare nel passato. Gli iPad, il disegno in fase, la realtà aumentata, il dialogo con le educatrici e il personale del Reparto che si è andato rafforzando sono tutti elementi di cui non potremmo fare più a meno.

E il collegamento a distanza? È stato molto utile, ma lo lasciamo ai periodi di emergenza.

Irene Tedeschi
Project manager e operatrice